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Footsteps, parte 2

12/06/2004

In Italiano

Como lo prometido es deuda, esta es mi interpretación de la canción "Footsteps", de la que hablamos hace unos días.

Despertando sintió seca su boca, y sus párpados se negaban. Comenzaba el día en Arkham con el golpe del guardia en la puerta y el chirriar de la tapa en el visor. Pero no le importaba el comienzo, ni el final del día, perdido como estaba en su universo. Solo quería esquivar los sueños durante la mayor cantidad de horas posible, evitar los tranquilizantes y el somnífero que hacín que todo volviera a pasar.

Comenzó en su gran casa, y la culpa no era suya. Nunca admitiría abiertamente haber tenido algo que ver. Su trabajo de abogado le había permitido ese lujo, que ahora lamentaba cada día. Un ruido extraño en la casa, el crujir de un piso. Su atención se centró inmediatamente fuera de su trabajo, en los escasos ruidos, tal vez en la sala de estar o el comedor. Se levantó muy despacio, casi para no hacerlos desaparecer, llamó a la policía hablando lo más bajo que pudo, y se acercó a la puerta, tomando el pesado bastón en el camino.

Como en un mal sueño, como en un juego de niños,sus pasos se estiraron en el pasillo tibio, el miedo apoderándose de él más y más rápido: los nudillos blancos, los ojos abiertos. El sudor en sus palmas le hacía apretar aún más fuerte el mango de caoba.

Su terror continuo a asaltos y secuestros, a la inseguridad general, le había hecho tomar precauciones que cualquiera juzgaría excesivas: seguros, trabas, candados, alarmas, pesadas rejas y perros bravos se disputaban el espacio por el que pasaban el y su familia. Pero, si uno siempre tiene miedo, ¿cuanta diferencia puede hacer? ¿Cuanta diferencia hace? Ni siquiera una guardia contínua le sacaría el miedo.

Se vio obligado a contener su carrera, para no alertar a los intrusos. A pasos largos y delicados dio la vuelta a la esquina del corredor, espió un par de habitaciones y se aseguró de que estaban en el comedor. Se abalanzó sobre el cuerpo que vio en la penumbra, inclinado sobre la mesa, y descargó el bastón sobre la cabeza oscura. Y al caer el intruso, lo que antes parecía lento lo fue más aún. Pudo ver en exquisito detalle el rizo pardo, el anillo, el brillo verde de sus ojos en el suelo, mientras comenzaba a oír su propio grito viniendo desesperado desde muy lejos. La caja del regalo que había quedado de lado. Y la silueta familiar de un dulce en la mesa oscura, un dulce de aniversario.

Footsteps, parte 2

13/08/2005

Siccome una promessa è debito, questa è la mia interpretazione della canzone "Footsteps", di cui vi parlavo prima.

Risvegliando, sentì asciutta la bocca, e le sue palpebre si rifiutavano. Cominciava il giorno ad Arkham col colpo della guardia sulla porta e lo stridore del coperchio del visore. Ma non gli importava più il principio o la fine del giorno, perduto com'era nel suo universo particolare. Voleva solo schivare i sogni durante la maggior quantità di ore possibili, evitare i tranquillizzanti e il sonnifero che facevano che tutto ricominciasse.

Tutto cominciò nella sua grande casa, e la colpa non fu sua. Non avrebbe mai ammesso apertamente che aveva qualche responsabilità nell'accaduto. Il suo lavoro di avvocato gli aveva permesso tutto quel lusso, che ora lamentava ogni giorno. Uno strano rumore nella casa, forse il gridare delicato di un pavimento in legno. La sua attenzione saltò immediatamente dal lavoro agli scarsi rumori, forse nella sala da pranzo o nel salotto. Si alzò lentamente, quasi come per impedire che scomparissero, chiamò la polizia bisbigliando, e si avvicinò alla porta prendendo il pesante bastone.

Come in un brutto sogno, come in un gioco da ragazzi, i suoi passi si fecero lunghissimi per il corridoio tiepido, con la paura che lo agguantava sempre più velocemente: le nocche bianche, gli occhi aperti. Il sudore nelle palme lo faceva afferrare il bastone di mogano con forza.

Il suo continuo terrore dei rapinatori e sequestratori, terrore anche della generale mancanza di sicurezza, lo avevano fatto prendere provvedimenti che qualsiasi persona normale giudicherebbe eccessivi: assicurazioni, serrature, lucchetti, allarmi, pesanti inferriate e cani feroci si dividevano lo spazio per cui passavano lui e la sua famiglia. Ma, se uno ha sempre paura, quanta differenza può fare? Quanta differenza fa? Non avrebbe perso la paura neanche con una guardia armata eternamente vigile.

Si vide obbligato a contenere la sua corsa per non allertare gli intrusi. A passi lunghi e delicati girò l'angolo del corridoio, spiò in un paio di camere e si assicurò che gli ignoti fossero nella sala da pranzo. Si scatenò sul corpo che vedeva nella penombra, inchinato sul tavolo, e lasciò cadere il bastone sull'oscurità della testa. E al cadere l'intruso, quello che prima sembrava lentitudine adesso si trasformò in un fermarsi del tempo, in una quietudine quasi totale. Potè osservare con dettaglio squisito il ricciolo bruno, l'anello, il bagliore degli occhi verdi a terra, mentre cominciava a odiare il suo stesso gridare che arrivava disperato da molto lontano. La scatola del regalo che era rimasta abbandonata. E la forma familiare di un dolce nel tavolo in ombra, un dolce di anniversario.

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